Favro-Marconi, i "mentori" di YesWeCollege ci raccontano la loro America
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Favro-Marconi, i “mentori” di YesWeCollege ci raccontano la loro America

By 18 Febbraio 2020 No Comments
Favro-Marconi, i "mentori" di YesWeCollege raccontano la loro America

YesWeCollege fa rima con famiglia. Lo sanno bene Tommaso Favro e Cesare Marconi, due degli alfieri che, rispettivamente da due e tre stagioni, portano in alto il nome del progetto nato dall’idea di Nicolò Baudo e Francesca Scopesi. Due storie diverse, per trascorsi calcistici sia in Italia che nella loro avventura da studenti-atleti negli States, entrambe però legate a doppio filo con l’organizzazione che ha messo a loro disposizione la chance di vivere questa incredibile esperienza. Una connessione tale da farli entrare a tutti gli effetti nell’organigramma di YesWeCollege, nel quale a partire dal 2020 ricopriranno le figure di “Mentori” dei tanti ragazzi che, come loro, già vivono o si apprestano a cominciare il percorso negli Usa. Li abbiamo incontrati a Milano, a margine del Winter Showcase dello scorso gennaio, dove in una divertente intervista doppia ci hanno raccontato il presente e i loro progetti futuri, condividendo il ventaglio di possibilità aperte grazie alla loro esperienza americana.

Siete ormai due dei veterani di YesWeCollege. A qualche anno dal vostro arrivo negli States, raccontateci i il rapporto tra le aspettative della partenza e le realtà che avete trovato.
Favro: “Sinceramente mi aspettavo di trovare un livello calcistico inferiore, ma fin dal mio arrivo ho potuto subito constatare la grande intensità con la quale viene affrontato il soccer. A cominciare dal riscaldamento, tutto viene eseguito al 100% delle proprie possibilità, perché il livello è talmente alto non potersi mai permettere pause. Inoltre, il tasso tecnico cresce anno dopo anno, con l’arrivo tanti ragazzi stranieri come noi. In squadra abbiamo atleti di undici nazionalità diverse, e ognuno porta con sé una particolarità del proprio calcio: i sudamericani hanno dalla loro la tecnica pura, gli europei la fisicità, gli asiatici la duttilità. Caratteristiche che si mescolano, dando un valore aggiunto ai sistemi di gioco tradizionali“.
Marconi: “Arrivando da un settore giovanile importante come quello della Sampdoria sono partito senza grandi aspettative dal punto di vista prettamente calcistico. Mi sono dovuto ricredere, perché non mi aspettavo di dovermi confrontare con una simile realtà. Quello che i college offrono ai loro atleti è qualcosa di inimmaginabile in confronto alle nostre abitudini. Già a Montevallo, un college di Division II, avevamo due campi in erba perfetti in ogni stagione e uno staff sempre disponibile ventiquattro ore al giorno per ogni evenienza. Col passaggio a UMBC (ateneo di Division I, la massima serie collegiale) tutto si è amplificato: quest’anno mi sono dovuto fermare a causa di un principio di pubalgia, ma ho avuto a mia disposizione uno staff completo con tanto di specialisti della riabilitazione e addirittura un tapis roulant subacqueo, grazie al quale ho potuto mantenere la condizione atletica senza caricare sulla zona infortunata“.

Verrebbe da pensare ad ambienti professionistici di alto livello, piuttosto che a “semplici” squadre sportive universitarie.
C: “Esattamente. L’obiettivo è quello di seguire i propri atleti proprio come se fossero dei professionisti, mettendo a loro disposizione tutte le risorse possibili per allenarsi e conseguentemente rendere al meglio“.
F: “Proprio così, ed è questa la grande differenza che ho trovato rispetto all’Italia. Nei college americani è davvero possibile giocare a calcio come se tu fossi un professionista, ma al tempo stesso portando avanti un percorso di studi di livello eccellente“.

Calcio ad alti livelli e lezioni universitarie: com’è la vita da studente-atleta durante la stagione?
F: “Ogni due settimane viaggiamo per giocare in trasferta, stando via dal mercoledì al sabato o alla domenica. Solitamente accorpiamo due gare esterne, perché nella nostra conference (Tommaso gioca a Eastern New Mexico, nella Ncaa Division II) le distanze sono piuttosto elevate e le trasferte tendono ad essere lunghe e dispendiose. Quando giochiamo in casa invece la giornata tipo prevede sveglia alle 8.30 per andare a lezione, tutti i giorni fino a mezzogiorno, prima della seduta di squadra in palestra. Seguono il pranzo, pomeriggio a disposizione per lo studio, e infine l’allenamento sul campo al tardo pomeriggio. Prima della seduta pomeridiana quasi tutti ci sottoponiamo a trattamenti per il recupero fisico, fondamentale in una stagione agonistica che di fatto dura tre mesi. In trasferta, invece, partiamo la mattina presto del mercoledì, spostandoci col pullman o in aereo“.
M: “Nella nostra conference le distanze sono più brevi, quindi capita di frequente giocare una sola gara in trasferta per poi tornare al campus. In ogni caso, con tre mesi di campionato gli allenamenti sono strutturati in maniera molto diversa rispetto a come ero abituato in Italia. La preparazione fisica si concentra nelle prime due settimane di preseason, mentre nel corso della stagione si utilizza sempre il pallone tenendo il ritmo molto alto, ma senza stressare troppo il fisico”.
F: “Al rientro dall’estate ci sono dei “test d’ingresso” fisici da superare. Quest’anno, fortunatamente, ci sono riuscito al primo colpo. Per chi fallisce la prova, l’appuntamento è alle sei del mattino del giorno successivo e così via, fin quando non si riesce a rientrare nei parametri stabiliti dal preparatore atletico”.
M: “Nella offseason e durante la primavera, invece, si tende invece a lavorare più a secco, per mettere la benzina nelle gambe che servirà nel campionato successivo. D’estate, poi, abbiamo circa tre mesi di stacco, da maggio a agosto. In quel periodo molti tornano a casa e seguono un programma di allenamento personalizzato, mentre per quanto mi riguarda lo scorso anno ho avuto l’opportunità di giocare in una delle leghe estive, corrispondente alla nostra Serie D. Si tratta di un campionato molto selettivo, di livello più alto rispetto al college, nel quale si misurano giovani desiderosi di mettersi in mostra e adulti in cerca di una chiamata tra i professionisti”.

Spostiamoci sul versante accademico: come funziona l’università negli Usa?
M: “Sono convinto che il sistema americano sia molto più funzionale rispetto al nostro. Conosco un sacco di ragazzi che in Italia provano a conciliare università e calcio a buoni livelli, ma accade spesso che all’alzarsi del livello della facoltà frequentata molti di loro non riescano a portare avanti entrambe le carriere. Questo è un peccato perché, qualunque sia l’obiettivo o l’ambizione di un giovane studente-atleta, penso sia giusto mettere a disposizione dei ragazzi la possibilità di coltivare entrambi i percorsi di pari passo, senza dover escludere a priori uno dei due. Negli Stati Uniti c’è la possibilità di studiare ma allo stesso tempo di praticare uno sport e, direi forse soprattutto, vivere al massimo la vita da college student, che considero una esperienza davvero impagabile e che consiglierei a qualunque ragazzo“.
F: “Diciamo che l’università è più simile al nostro concetto di scuola superiore, con due semestri dove affronti dei corsi, ciascuno dei quali con tre o quattro esami. I test sono forse un po’ più facili rispetto all’università italiana, ma la vita settimanale è al tempo stesso più carica di impegni, con incombenze periodiche, progetti e scadenze da rispettare per ciascun corso. Una cosa che ho particolarmente apprezzato è il dare importanza anche all’aspetto pratico, oltre che a quello teorico. Studio marketing e ho molti case studies di aziende realmente operanti sul mercato, che un domani probabilmente mi permetteranno di arrivare più preparato sul versante pratico di quella che sarà la mia occupazione“.

Avete introdotto il capitolo della vita nel campus. Raccontateci com’è l’esperienza quotidiana da studente di un college.
F: “Come ha accennato Cesare, la vita da college student è una delle cose più belle di questa esperienza. Personalmente vivo in un campus con circa 8.000 studenti, confrontandomi con culture da tutto il mondo, agevolato anche dal fatto di far parte di una delle squadre sportive. Un’esperienza che mi arricchisce come studente, come uomo e come atleta. Vivo in casa con altri cinque ragazzi di altrettante nazionalità diverse: un francese, un messicano, un paraguaiano, un salvadoregno, uno spagnolo. Andare a vivere da solo rappresenta già un passo importante, perché ti rende più indipendente ma al tempo stesso ti responsabilizza su quelli che sono gli oneri di tutti i giorni. Ma vivere con questi ragazzi è una esperienza incredibile: ci aiutiamo nello sport e nello studio, non senza quella sana competizione che fa bene perché spinge ciascuno di noi a migliorarsi e a dare il meglio di sé. Con loro sto già pianificando progetti per il futuro, come un tour del Sudamerica andando a trovare i miei compagni di stanza nei loro paesi d’origine. I momenti di svago non mancano: spesso usciamo, andiamo a qualche festa organizzata dagli altri studenti o ci sfidiamo ai videogiochi”.
M: “Non posso che confermare quello che ha detto Tommaso. Ogni giorno vivi a contatto con studenti che vengono da tutte le parti del mondo, e non puoi che svegliarti col sorriso e pronto ad affrontare una giornata in cui sai che ti confronterai con un campus di 15.000 studenti, una vera e propria piccola città che ogni giorno ti arricchisce di nuove conoscenze e esperienze”.

Esiste anche un pizzico di popolarità nella vita dello studente-atleta?
M: “A UMBC il calcio ha un ottimo seguito, che rende ancora più bello far parte di questo ateneo. Ogni partita abbiamo circa 1000/1500 tifosi al seguito: una cosa impagabile, qualcosa di pazzesco se pensiamo che un pubblico del genere a volte non si trova nemmeno in Serie C”.
F: “Quest’anno mi è capitato per la prima volta di essere riconosciuto e congratulato dopo una bella prestazione. È successo quando abbiamo battuto 2-0 Midwestern State, la numero 4 del ranking nazionale. Ho giocato una buona partita, la sera ci siamo ritrovati per festeggiare e moltissimi ragazzi sono passati per farci i complimenti. Queste cose, impossibile negarlo, fanno piacere: una mini-popolarità insolita, ma che ti dà grande soddisfazione”.
M: “Certamente, è sempre bello essere riconosciuti per quello che si fa sul campo. All’interno del campus, poi, l’appartenenza al proprio ateneo si sente molto, insieme a quel senso di partecipazione e riconoscenza nei confronti dei ragazzi che fanno parte delle squadre sportive. Queste rappresentano l’università a livello nazionale: quando parli con qualcuno e chiedi dove studia, la prima considerazione va sempre al valore delle squadre dei vari sport. In un certo senso, siamo gli ambasciatori, gli alfieri della nostra università, considerato quanto è importante la parte sportiva per l’università. Molti atenei fondano le loro politiche di reclutamento proprio sul valore della loro parte atletica, dunque rendere sul campo è di vitale importanza anche per il college. Senza contare la soddisfazione impagabile che si prova nel vedersi riconoscere anche dai propri compagni di campus il merito per una bella prestazione”.

Siete entrambi già oltre la metà del vostro percorso di studi. Dove vi vedete una volta terminata l’esperienza da studenti-atleti?
F: “Ora come ora direi negli Usa, o comunque in giro per il mondo. non credo proprio in Italia. O negli Usa o comunque in giro per il mondo. Se dovessi tornare in Europa, credo che mi piacerebbe andare in Spagna. Ho tanti amici spagnoli, grazie ai quali ho imparato perfettamente anche una terza lingua, al punto che spesso penso o addirittura sogno in spagnolo. La gente iberica è solare, aperta, quindi se non dovessi trovare opportunità negli Usa potrei optare per un’esperienza in Spagna“.

Escludi a priori l’Italia: come mai?
F: “Purtroppo in questo momento storico non credo che il nostro paese possa offrirci opportunità di crescita lavorativa importante. L’Italia il paese più bello del mondo, e non ci sarebbe nulla di più bello che riuscire a sfruttare l’esperienza americana tornando a casa. Purtroppo in questo momento storico non credo che il nostro paese possa offrirci adeguate opportunità di crescita lavorativa“.
M: “In generale, gli Stati Uniti offrono prospettive di carriera lavorative pazzesche, che non sono lontanamente immaginabili a quelle non solo italiane ma europee in generale. Per questo, in futuro, mi piacerebbe confrontarmi col mondo lavorativo statunitense: mi piace la mentalità americana, la competitività che c’è dietro, l’importanza che viene data alla sfera lavorativa. Il tutto senza rinnegare le mie origini: l’Italia è il paese più bello al mondo, ma oggi come oggi essere in grado di parlare un’altra lingua mi ha aperto tanti sbocchi, e vedere coi miei occhi il sistema americano mi spinge a volermi mettere in gioco in questa realtà”.

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