Daniele Pieve, dall'Udinese a Fort Wayne con il rap nel sangue
Dagli USAIntervisteTutti gli Articoli

Daniele Pieve, dall’Udinese a Fort Wayne con il rap nel sangue

Daniele Pieve, dall'Udinese a Fort Wayne col rap nel sangue

Trasformare un doppio, grave infortunio in opportunità, cominciando una nuova esperienza di vita negli Stati Uniti. Daniele Pieve sa come si fa, pronto com’è per natura a cogliere al volo tutte le opportunità che si è trovato di fronte nei suoi quasi ventuno anni. Un percorso da aspirante calciatore iniziato con una buona trafila nel vivaio dell’Udinese, interrotta sul più bello da un duplice infortunio al ginocchio. Il classe ’99, però, non si è arreso, anzi ha raddoppiato: con la borsa di studio da studente-atleta alla Fort Wayne Purdue University, Daniele è volato negli States lo scorso agosto, per cominciare un nuova avventura nell’ateneo dell’Indiana. Un’esperienza che gli permetterà di conseguire la laurea (e forse qualcosa in più, come ci ha raccontato) e di giocare nella massima serie collegiale statunitense, oltre ad ampliare le sue prospettive anche sul piano musicale. Già, perché Daniele è anche Piangiuto, nome d’arte col quale sta cercando di farsi strada nella scena rap nostrana. Un profilo a tutto tondo, col suo look un po’ naïf ma con le idee e gli obiettivi ben chiari nella testa. Lo abbiamo sentito in collegamento telefonico da Chicago, durante le vacanze del suo spring break, e ci ha raccontato la sua storia e i suoi primi mesi da studente-atleta di YesWeCollege.

Ciao Daniele! Per prima cosa ti chiediamo come stai, vista la situazione di emergenza dovuta al Covid-19.
In questo momento (giovedì 12 marzo, ndr.) mi trovo a Chicago per lo spring break, ma anche qua si stanno iniziando a vedere le prime misure di contenimento per la pandemia che ormai da qualche mese sta preoccupando tutto il mondo. La mia università ci ha concesso una settimana supplementare di vacanze per organizzare le attività didattiche, che per un po’ di tempo si svolgeranno tutte con classi online per ridurre al minimo i contatti. Per le attività sportive non abbiamo ancora indicazioni precise, ma è quasi certo che la spring season non verrà disputata, visto che il semestre terminerà a inizio maggio”.

Questo rimanderà il tuo debutto ufficiale al prossimo agosto, visto che in questa stagione ti sei avvalso di una regola particolare prevista per il sistema sportivo universitario.
Esatto, in questo mio primo anno a Fort Wayne non sono mai sceso perché ho scelto di attivare il cosiddetto “redshirt year”. Essendo reduce da due infortuni seri al ginocchio, parlando con il coach mi è stata proposta questa possibilità, che mi permette di “congelare” il mio percorso sportivo guadagnando al tempo stesso un anno accademico. In pratica, i miei quattro anni da atleta partiranno nell’agosto 2020, mentre l’anno in più di borsa di studio mi permetterà non soltanto di laurearmi ma anche di poter conseguire un master”.

Trasformare i problemi in opportunità èun  tratto che ha caratterizzato tutta la tua storia calcistica, ma non solo.
Sono un ragazzo che tende a non precludersi niente, a lasciare tutte le porte aperte e a cogliere al volo le occasioni. Penso ad esempio a quando ho partecipato allo Showcase di YesWeCollege, nel 2017. Ero reduce dal mio primo anno di Primavera nell’Udinese, quindi per certi versi la mia scelta di partecipare alle selezioni è stata un po’ atipica, perché non credo siano molti i ragazzi che, con una carriera giovanile professionistica in corso, decidano di esplorare una opportunità di questo genere. Aver colto la palla al balzo è stata la mia fortuna, col senno di poi. A luglio sono infatti passato in prestito alla Triestina, ma in piena preparazione mi sono infortunato al ginocchio e sono dovuto stare fermo a lungo per la rottura del crociato. Un infortunio che purtroppo si è ripetuto il 20 marzo 2018, proprio il giorno del mio compleanno: un bel regalo, non c’è che dire…”.

Aver partecipato allo Showcase, con Fort Wayne che ti ha subito fatto una proposta di borsa di studio, si è rivelata quindi una scelta più che mai azzeccata.
Purtroppo tanti ragazzi come me, che si trovano a un passo dal realizzare il sogno di diventare calciatori professionisti, sono forzati a precludersi altre strade per poter dare il massimo solo e soltanto per quell’obiettivo. Poi magari ti succede quel che è successo a me, e con due crociati in sei mesi puoi vedere sfumare tutti i sacrifici che hai fatto per arrivare fino a lì. Per quanto mi riguarda, nonostante una carriera giovanile di alto livello, la scuola è sempre venuta al primo posto, grazie agli insegnamenti e alle attenzioni della mia famiglia. Mi sono diplomato al liceo scientifico con 83, un ottimo punteggio considerando che per tre anni ho fatto avanti e indietro tra Trieste e Udine, per poi cambiare scuola in quarta e tornare poi nella mia Trieste per l’anno della maturità. Per questo motivo, anche se di fronte a me avevo ancora strade interessanti dal punto di vista sportivo, ho scelto di esplorare l’opportunità offerta da YesWeCollege. Guardandomi indietro è stata una scelta decisamente vincente, che mi ha aperto un portone di nuove possibilità”.

Il doppio infortunio ha comunque ritardato il tuo approdo in America: hai mai avuto paura di perdere la borsa di studio che ti era stata offerta?
Dopo il primo problema fisico ero comunque tranquillo: ho parlato con i dirigenti di Fort Wayne che mi hanno rassicurato, dal momento che avrei avuto tutto il tempo per recuperare presentandomi ad agosto 2018 nelle migliori condizioni. Il secondo infortunio, però, mi ha davvero buttato giù da questo punto di vista. Avevo già firmato l’offerta per la borsa di studio, ma sapevo che avrei praticamente perso la prima annata calcistica negli Usa, visti i tempi tecnici della riabilitazione e una stagione che, nel campionato collegiale, dura solo da fine agosto ai primi di novembre”.

In quel momento, però, hai iniziato a capire le prime virtù della cultura americana.
Da Fort Wayne mi hanno chiesto di rinunciare spontaneamente all’offerta, dato che legalmente loro sarebbero stati vincolati alla proposta che avevo già firmato. Mi hanno dato la loro parola che, a febbraio 2019, mi avrebbero mandato la stessa identica offerta evitando però di farmi andare là un anno prima, senza di fatto poter giocare. Ho fatto una sorta di atto di fede, ma i patti sono stati rispettati in pieno. Ho imparato subito che per gli americani funziona così: puoi star certo che la parola data verrà sempre mantenuta”.

Cosa hai fatto nell’attesa di partire per gli States?
Rimandare la partenza al 2019 mi ha permesso innanzitutto di studiare meglio l’inglese e di rifare i test di ammissione, per ottenere un risultato migliore e partire con una base di punteggio più alta. Mi sono potuto curare con tranquillità, facendo tutto a regola d’arte per stabilizzare il ginocchio e rimettermi definitivamente a posto dopo gli infortuni. Negli ultimi mesi prima di partire sono tornato addirittura a vivere a Udine, nel convitto dopo abitavo quando giocavo nell’Udinese, per lavorare con un fisioterapista di fiducia e completare il percorso riabilitativo”.

Parliamo del tuo primo anno universitario negli Stati Uniti: raccontaci che corso di studi hai scelto e come funziona la tua vita tra allenamenti e lezioni.
Ho scelto di studiare Business con un Major in Marketing, con l’obiettivo di laurearmi in tre anni e mezzo per poi conseguire anche un master, vista la possibilità che mi è stata offerta grazie al redshirt year di quest’anno. Dovendo accelerare i tempi per laurearmi in anticipo sto seguendo più corsi rispetto agli standard: in questo secondo semestre frequento sette corsi, che sono strutturati con un modello paragonabile a quello delle scuole superiori italiane. Le classi sono ristrette, con una ventina di studenti partecipanti, un fattore che ti permette di instaurare un rapporto diretto col professore, che conosce le caratteristiche e le esigenze dei suoi allievi e di conseguenza può modulare al meglio i carichi di lavoro. Solitamente frequento le lezioni al mattino e qualche volta anche al pomeriggio, con nel mezzo il pranzo e la seduta di allenamento. Per quanto riguarda gli esami, ogni corso è strutturato in maniera diversa: alcuni prevedono degli essay, dei temi o progetti periodici da fare fuori classe per poi consegnarli al professore; altri hanno dei quiz intermedi o degli assignement che ti permettono di accumulare punti in vista dell’esame finale, solitamente quello che ha il maggior peso in termini di punteggio”.

Dopo un primo assaggio della tua vita da studente-atleta, quali sono le tue sensazioni e le tue impressioni?
Come ho già detto, durante la mia carriera calcistica ho sempre portato avanti di pari passo l’impegno scolastico. Partendo da questo presupposto, lo stile di vita da studente-atleta è il massimo che potessi chiedere, perché rappresenta la sintesi perfetta per far convivere entrambe le ambizioni. La mia fame di calcio è ancora tanta, e non vedo l’ora di tornare in campo e di poter competere ai massimi livelli del college soccer, per poter fare più strada possibile da quel punto di vista. A livello professionale, poi, adoro il modello americano: quando si parla degli Usa come un sistema meritocratico non è retorica, perché qua se vali e ti impegni per raggiungere i tuoi obiettivi sai che i tuoi sacrifici verranno sicuramente ripagati. La prospettiva di rimanere Oltreoceano per costruire la mia vita lavorativa e familiare qua non mi spaventa, ma non metterei da parte a prescindere la possibilità di tornare in Italia o in qualsiasi altra parte del mondo. Mi ripeto, non mi piace pormi limiti o precludermi opportunità, come ad esempio quella di fermarmi una estate per svolgere una internship oppure chissà, per misurarsi con qualche lega estiva come la USL”.

Calcio, università, ma anche musica: un elemento importantissimo della tua vita.
Sono cresciuto in una famiglia che mi ha fatto apprezzare la musica fin da bambino: mio padre cantava a livello amatoriale, io ho cominciato a suonare il violino a quattro anni e ho proseguito a studiarlo fino al termine delle elementari. Sono sempre stato un ascoltatore appassionato di qualunque genere, ma in contemporanea con il primo infortunio ho sentito un bisogno di esprimermi nuovo, che mi ha spinto a cominciare a fare la mia musica”.

Ed è così che è cominciata la tua carriera parallela da rapper.
Subire un grave infortunio, all’alba della stagione più importante e dopo quindici anni passati ad inseguire il sogno di diventare calciatore, rappresenta un duro colpo per chiunque. La musica ha rappresentato una valvola di sfogo, un modo per potermi raccontare e liberare quelle emozioni che solitamente mettevo sul campo. Scrivere, non solo testi ma anche temi o semplici pensieri, mi è sempre piaciuto. Fermo sul divano, col ginocchio che faceva un male cane, ho unito le due cose ed eccomi qua. Ho iniziato a far musica seguendo il solco del rap con sfumature melodiche e un po’ cantato, molto in voga tra i giovani in questi ultimi anni, e da circa un anno e mezzo porto avanti questa ulteriore passione”.

Nella scena rap sei conosciuto come Piangiuto: da dove deriva la scelta del tuo nome d’arte.
Il nome è legato ad un aneddoto della mia infanzia, un episodio che insieme a mio nonno abbiamo sempre ricordato con il sorriso. Mi piaceva che diventasse il mio nome d’arte, perché mi permette di abbinare una parte del mio vissuto familiare ad una nota di originalità, dal momento che si tratta di un qualcosa di mai sentito e che mi caratterizza e distingue dagli altri”.

Hai qualche artista di riferimento al quale ti ispiri?
Devo dire che non ho un modello di riferimento in particolare, non mi piace limitarmi o essere etichettato e quindi sono aperto a qualunque tipo di influenza, dei generi musicali più diversi. Anche da questo punto di vista l’esperienza in America mi sta aprendo un mondo, perché se prima tendevo a concentrarmi sugli artisti italiani adesso sto scoprendo, anche grazie ai miei amici nel college, tutto il background della musica statunitense. L’obiettivo è quello di far uscire qualcosa anche in lingua inglese. Ci vuole tempo e pazienza, perché se in italiano sono bravo a trovare rime e metafore ho bisogno di ulteriore esercizio e di maggiore conoscenza della cultura americana per scrivere testi in inglese. Ma chissà, magari il prossimo anno potrò festeggiare una vittoria con i miei compagni, regalando loro un freestyle in spogliatoio”.

WhatsApp chat