Manuele Cavazzoli, capitano a Canisius con un Master in arrivo
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Manuele Cavazzoli, capitano coraggioso con un Master in arrivo

Manuele Cavazzoli, capitano vero a Canisius College e con un Master in arrivo

Fascia da capitano, laurea e adesso in arrivo anche un master in Bussiness Administration. Dal curriculum aggiornato di Manuele Cavazzoli si direbbe che l’esperienza da studente-atleta negli Statti Uniti, vissuta con la borsa di studio ottenuta grazie a YesWeCollege, sia andata discretamente per il ragazzo di Reggio Emilia. Dopo una carriera nel Folgore Rubiera, nel campionato di Eccellenza emiliana, il centrocampista classe ’96 ha partecipato al primo International Showcase nel 2016, ottenendo un’offerta da Canisius College. Così, insieme ad Atzori e Tamburini, Manuele è volato a Buffalo nell’estate del 2017, per continuare la tradizione di colonia italiana dei Golden Griffs, sulle orme di Nicolò Baudo e Marco Trivellato. Percorso accademico eccellente quello di Cavazzoli, che ha raggiunto il traguardo della laurea lo scorso anno per poi sfruttare il terzo anno di borsa di studio per conseguire un master che lo aspetta tra qualche giorno. In campo, poi, il centrocampista emiliano si è imposto fin da subito come anima e cuore di Canisius. Punto di riferimento fin dal primo anno, Manuele ha indossato la fascia da capitano nella sua ultima stagione, facendosi apprezzare da compagni provenienti da tutto il mondo per le sue doti umane e di leadership, a dispetto di un’annata complicata sotto molti punti di vista. Adesso, col secondo titolo accademico praticamente in tasca, Cavazzoli è pronto a misurarsi col mondo del lavoro. Lo abbiamo sentito in questi suoi ultimi giorni da studente, in una chiacchierata nella quale ci ha raccontato la sua avventura negli Usa e i suoi progetti per il futuro.

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Ci siamo quasi, Manuele: come stai vivendo la fine del tuo percorso da studente?
È un periodo in cui si condensano la nostalgia per una parentesi importante, che si sta per concludere in modo un po’ particolare, e l’entusiasmo col quale sono pronto a cominciare la mia carriera lavorativa. L’emergenza sanitaria mi ha costretto a rientrare in Italia proprio mentre stavo effettuando i primi colloqui in vista della fine del master. Ero arrivato da due giorni in California, per andare a trovare un amico durante lo spring break e al tempo stesso per incontrare qualche azienda, ma sono stato costretto a rientrare in fretta e furia, lasciando peraltro molte delle mie cose nel mio appartamento al campus. La mia idea iniziale sarebbe stata quella di restare in California, per svolgere più colloqui possibili, ma quando anche là è iniziata la fase di lockdown ho deciso insieme alla mia famiglia di tornare a casa”.

Ultimi step da studente, quindi, un po’ complicati. Raccontaci il tuo cammino a livello universitario.
Ho iniziato a studiare economia aziendale in Italia, quindi negli States ho potuto completare il mio bachelor in due anni e sfruttare l’anno supplementare di borsa di studio per conseguire il master, che concluderò nei prossimi giorni. Una volta ottenuto il titolo avrei attivato il mio Opt, il visto lavorativo di un anno per i neolaureati, ma negli ultimi giorni i miei piani sono un po’ cambiati”.

Spiegaci meglio.
Mi ero mosso con un po’ di anticipo per trovare una soluzione lavorativa in linea con le mie aspettative, e non a caso a marzo mi trovato in California proprio per questo motivo. Ho trovato un’azienda disposta ad assumermi nel campo del sales (le vendite, ndr.), la tipologia di occupazione più comune a disposizione dei neolaureati stranieri. Anche se non rispondeva esattamente alle mie aspettative, la ritenevo una buona opportunità per continuare la mia esperienza negli Usa e per misurarmi per un anno col mercato del lavoro americano. Il coronavirus e il ritorno forzato a casa, però, mi hanno fatto ripensare i miei programmi: l’offerta che ho ricevuto è sempre valida e mi darebbe la possibilità di tornare negli Stati Uniti una volta conseguito il master, ma penso che il prossimo step della mia carriera sarà quello di entrare a far parte dell’azienda di famiglia. Ne ho parlato a lungo con mio padre, che mi ha proposto la possibilità di affiancarlo per imparare e mettere in pratica le competenze che ho acquisito a livello manageriale, una opportunità stimolante e alla quale tengo molto. Al tempo stesso, sono orgoglioso di essere riuscito a seguire la mia strada e a costruirmi la mia opportunità. Ma credo che la soluzione di rimanere in Italia possa essere la migliore per il mio futuro a medio e lungo termine”.

Un’opportunità, quella del sogno americano, conquistata grazie a YesWeCollege. Com’è nata l’idea di metterti in gioco per una borsa di studio?
L’incontro con YesWeCollege è avvenuto per caso, dopo un contatto tramite social con Marco Trivellato, che sarebbe poi diventato mio compagno di squadra a Canisius. La cosa mi ha incuriosito, anche perché la mia famiglia mi ha sempre spinto a valutare una esperienza all’estero, come d’altra parte ha fatto anche mia sorella. Mi sono iscritto allo showcase e mi sono giocato bene le mie carte, e una volta fatto il colloquio con coach McGrane nella mia mente avevo già preso la decisione di andare dall’altra parte dell’Oceano. Penso sia una proposta impossibile da rifiutare: cosa c’è di meglio di una borsa di studio per andare in una università privata negli Usa, per studiare e giocare a calcio, a maggior ragione per chi è cresciuto col mito dei college americani?

Con Atzori e Tamburini sei andato a rinforzare la “colonia italiana” di Canisius.
Vero, abbiamo raggiunto Marco Trivellato e prima di noi era stato proprio Nicolò Baudo a vestire la maglia dei Golden Griffs, mentre l’anno successivo sono arrivati altri tre ragazzi dall’Italia. Il primo anno è stato fantastico, sotto tutti i punti di vista. Abbiamo battuto il record di risultati della scuola, rimanendo per buona parte della stagione al comando della nostra conference per poi chiudere al terzo posto e con la sconfitta in semifinale playoff”.

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Dalla seconda stagione, però, le cose non sono più girate per il verso giusto.
C’erano grandi aspettative su di noi nel 2018, perché sulla carta eravamo ancora più forti dell’anno precedente. Ce la siamo giocata alla pari con squadre che poi sono arrivate fino in fondo nei National, ma proprio contro Akron (finalista nel 2018, ndr.) la nostra stagione ha subìto un duro colpo, quando abbiamo perso per infortunio i due centrali titolari di difesa. La rosa era un po’ corta e abbiamo pagato l’assenza di cambi all’altezza, e da quel momento non siamo più riusciti ad essere competitivi. La classica annata in cui va tutto storto, con il coach che non è riuscito a tenere in mano le redini del gruppo. La stagione è finita male, e non è andata meglio nel 2019: sapevamo che sarebbe stato un campionato di transizione, con molti dei nostri Senior che hanno terminato il percorso e tanti Freshmen che non sono riusciti ad avere un impatto immediato a livello collegiale, e siamo riusciti a vincere solamente due partite”.

Una di queste, però, ha avuto un sapore decisamente speciale.
Già, il derby vinto con Niagara ci ha regalato una soddisfazione che ha compensato buona parte delle amarezze dell’annata sportiva. Le due università sono separate da una trentina di chilometri, giochiamo nella stessa conference e c’è grande rivalità. Loro venivano da un ottimo momento di forma, noi eravamo nel bel mezzo di una stagione terribile, ma siamo riusciti a compiere una piccola impresa, resa ancor più speciale dal contesto a margine del match. Quella con Niagara era stata infatti scelta come giornata “A-to-A”, un’occasione particolare nel calendario di ogni squadra sportiva dell’ateneo che vale come ritrovo per tutti gli atleti, presenti e passati, che si ritrovano per supportare il team di riferimento. Al tailgating pre partita si era creata una bellissima atmosfera, sugli spalti c’erano circa mille persone a sostenerci e a spingerci verso la vittoria, un 1-0 maturato grazie a una bella prestazione difensiva e a un eurogol su punizione di uno dei ragazzi tedeschi. A fine gara, tutti gli atleti ci hanno raggiunto in campo per festeggiare. Una bellissima soddisfazione, che ci ha ripagato di un anno complicato”.

Una stagione che ti ha visto più che mai al centro del gruppo: cosa ha significato vestire la fascia da capitano?
Devo ammettere che è stato un grande onore ma anche un onere non da poco, perché soprattutto all’inizio la gestione del gruppo si è rivelata piuttosto complicata. A ventitré anni mi sono ritrovato a guidare dei diciottenni provenienti da una cultura totalmente diversa dalla nostra. Per fare un esempio, in Italia siamo abituati al fatto che i veterani spronino i più giovani, anche in maniera piuttosto diretta quando è il caso. Negli Usa, invece, ho visto dei ragazzi piangere dopo dei rimproveri un po’ più energici. Questo ha richiesto del lavoro per adattarmi alla situazione, anche perché dei tre capitani designati (uno di questi era Alessio Atzori, altro alfiere di YesWeCollege) ero quello con maggiori incombenze a livello vocale, e mi sono dovuto un po’ arrangiare senza un vero e proprio appoggio da parte del coach. Col passare della stagione, però, le cose sono migliorate notevolmente, e sono riuscito a stringere un bellissimo rapporto anche coi compagni più giovani, che infatti si sono mostrati sinceramente dispiaciuti sapendo che la mia avventura con Canisius era giunta al termine”.

Una fascia da capitano che ha però rappresentato una ulteriore occasione di arricchimento personale.
Certamente, questa esperienza mi ha fatto crescere sul piano della leadership, del coraggio nel prendere la parola davanti ai compagni. Ho percepito molti miglioramenti sotto questo aspetto, per una maturazione che mi ha gratificato molto dal punto di vista personale. Inoltre, negli Stati Uniti questo aspetto viene molto apprezzato anche sul piano professionale e lavorativo. In tutti i colloqui che ho sostenuto, ha destato ottima impressione il fatto che fossi stato atleta e capitano di una squadra di Division I. Le aziende cercano leader, profili in grado di guidare un team e di avere un ottimo time management, altro aspetto che della vita da studente-atleta che viene tenuto in importante considerazione. Un aspetto decisamente positivo del sistema americano, che non vedo l’ora di poter applicare nelle mie prime esperienze lavorative in Italia”.

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