Paolo Termine, l'arte dell'anticipo: laurea in tasca e lavoro a New York
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Paolo Termine, l’arte dell’anticipo: laurea in tasca e lavoro a New York

Paolo Termine, l'arte dell'anticipo: laurea in tasca e lavoro a New York

Paolo Termine conosce l’arte dell’anticipo. L’ha imparata in anni di carriera da difensore, con un passato nelle giovanili della Sampdoria impreziosito dallo Scudetto Allievi vinto nel 2012 al termine di una finale epica, con ben venti calci di rigore l’ultimo dei quali trasformato proprio dal classe ’95 ligure. Dopo qualche esperienza tra i dilettanti, Termine è stato tra i primi a cogliere l’occasione messa a disposizione da YesWeCollege, che lo ha aiutato ad ottenere una borsa di studio per volare negli Stati Uniti e cominciare la carriera da studente-atleta. Quattro anni intensi a Notre Dame College of Ohio, da colonna difensiva dei Falcons, dei quali ha indossato anche la fascia da capitano, portando avanti di pari passo un percorso accademico che lo ha visto conseguire un doppio major in International Business e Finance. L’anticipo, dicevamo, è una delle specialità di Paolo. Che infatti si è laureato cinque mesi prima rispetto alla tabella di marcia, concludendo gli studi a dicembre per poi tuffarsi nel mondo del lavoro, nel cuore di Manhattan. Nella nostra chiacchierata ci ha raccontato presente e passato, spiegandoci l’importanza dell’avventura da studente-atleta.

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Ciao Paolo! Anche nel laurearti hai giocato d’anticipo, da difensore quale sei.
Vero, il mio percorso accademico si sarebbe dovuto concludere a maggio, ma lavorando duro sono riuscito ad anticipare di cinque mesi, laureandomi nella sessione di dicembre. Purtroppo non abbiamo potuto goderci la cerimonia finale a causa della pandemia, ma l’aver portato a casa il primo obiettivo ha rappresentato un motivo di grande soddisfazione”.

La laurea anticipata ti ha permesso di misurarti subito col mondo del lavoro.
Ho attivato il mio visto il 13 gennaio, col mio primo giorno effettivo da lavoratore negli Usa. Ho cominciato così l’anno di visto che viene concesso agli studenti internazionali, e ho trovato una posizione in una azienda canadese che lavora nel mondo della moda. Sono stato fortunato, perché nel mio impiego attuale c’è anche un po’ di Italia: l’azienda infatti compra tessuti nel nostro paese, per poi lavorarli a Montréal e commercializzarli negli Stati Uniti. In precedenza avevo avuto la possibilità di fare esperienza nel settore, grazie ad uno stage nel quale sono stato impegnato la scorsa estate che mi ha aiutato a capire le prospettive e i punti di interessi del fashion”.

Dal college in Ohio al lavoro a New York: un bel salto.
Manhattan è unica, e ovviamente viverci e lavorarci ti dà quel qualcosa in più che rende tutto più entusiasmante. L’avevo già imparata a conoscere la scorsa estate, visto lo stage che ho svolto a Brooklyn: non è una città semplice, soprattutto a causa dei ritmi che sono un po’ fuori di testa. Ma non mi posso certo lamentare. Abito a Central Harlem, zona molto interessante e ideale per un amante della corsa come me, perché in pochi minuti posso arrivare a Central Park per fare running in uno dei luoghi che rendono speciale New York. La sede dove lavoro, invece, è a Bryant Park: centralissima, ma al tempo stesso a due passi dal verde e con vista sul parco. Davvero niente male”.

Un anno a disposizione per convincere l’azienda a puntare su di te. Non facile, anche alla luce della pandemia che ha complicato la situazione.
Il visto lavorativo di un anno permette agli studenti internazionali di mettersi alla prova nel mondo del lavoro e di guadagnarsi la stima dell’azienda, fondamentale perché dovranno essere loro nel caso a sponsorizzare la richiesta di visto per farti rimanere negli Usa. Lavorare in America era uno dei miei obiettivi, ma non vivrei come un ripiego la possibilità di tornare in Europa, anzi. Avrò comunque messo a curriculum un’esperienza importante, che mi sta permettendo di imparare tante cose e di mettere alla prova le mie competenze”.

Quanto ti sta tornando utile l’avventura da studente-atleta in questi primi mesi da lavoratore?
Più passa il tempo e più sono contento della scelta fatta, perché sono convinto che l’essere uno studente-atleta rappresenti una occasione di crescita non solo sportiva, ma anche in ottica lavorativa. Fare sport e studiare ti mette alla prova: richiede un’ottima capacità di time management per conciliare tutti gli impegni e portarli avanti al meglio possibile. I miei quattro anni da studente-atleta sono stati bellissimi perché mi hanno fatto divertire praticando lo sport che amo, mi hanno consentito di fare amicizie che resteranno vive per sempre e soprattutto mi hanno insegnato a gestire il mio tempo e a prepararmi per il mondo del lavoro. Nella mia carriera lavorativa, infatti, mi trovo in dote un bagaglio di esperienza importante, accumulato nel mio percorso sportivo. Un fattore che spesso, in Italia, tendiamo a sottovalutare”.

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Spiegaci meglio.
Pensiamo al lavoro in team, confrontandolo con il fare parte di una squadra sportiva. Il vissuto calcistico è un vantaggio importante in questo senso, perché lo sport di squadra ti abitua senza saperlo al team working. In uno spogliatoio si imparano il rispetto dei ruoli e delle regole, ad avere il proprio posto all’interno del gruppo, ad essere leader o seguire un leader. A volte ci dimentichiamo o tendiamo a dare per scontato questo aspetto, che in realtà è molto considerato nel mondo del lavoro americano, a maggior ragione per chi come me ha avuto anche la fortuna di essere stato il capitano della propria squadra”.

Se guardi indietro, come valuti il tuo percorso calcistico a Notre Dame?
Sono stati quattro anni sicuramente intensi e molto belli, ricchi di soddisfazioni sia personali che di squadra. Ho vinto molti premi individuali e sono diventato capitano, anche se forse è rimasto un po’ di rammarico per l’ultima stagione, dove ci siamo dovuti arrendere alla solita Charleston (campione nazionale Division II per la seconda volta in quattro anni, ndr.). Adesso mi sono preso una pausa, anche prima dell’esplosione della pandemia, ma appena la situazione si normalizzerà penso che cercherò il contesto giusto per tornare a fare una delle cose che amo di più”.

Oltre a quella collegiale, hai vissuto anche l’esperienza nelle leghe estive.
Sono rimasto negli States alla fine del mio secondo anno, per giocare in PDL nel Seacoast United, una squadra del New Hampshire distante una cinquantina di minuti da Boston. È un’esperienza che consiglio a tutti i ragazzi che partono per gli Usa: passi un’estate nella quale devi solo pensare a giocare e a conoscere persone nuove, senza gli impegni dello studio. Inoltre è molto stimolante misurarsi con uomini che giocano con l’obiettivo di mettersi in mostra agli occhi delle squadre professionistiche, oppure con ragazzi che vogliono guadagnare posizioni in vista del prossimo Draft. Un’esperienza fantastica anche a livello umano, che personalmente mi ha fatto scoprire una seconda famiglia negli Stati Uniti”.

Raccontaci.
Ho vissuto con una host family, i cui tre bambini facevano parte dell’academy della squadra per la quale ho giocato in quei tre mesi. Sono stato accolto come uno di loro, e adesso posso dire di poter contare su una vera e propria seconda famiglia. Sono stato loro ospite quando non potevo tornare in Italia per le festività, siamo molto legati e i bambini sono diventati un po’ come i miei fratellini americani. Un’esperienza che mi ha cambiato e arricchito, che si è aggiunta a quella da studente-atleta nella quale ho stretto legami fortissimi, imparando e dando in cambio altrettanto per provare nel mio piccolo a cambiare lo stereotipo dell’italiano all’estero”.

Quali sono i ricordi più belli che ti porti dietro dalla tua esperienza da studente-atleta?
Mi viene subito in mente il primo ritorno a casa, per Natale. Stare via tre mesi ti sembra una vita intera, mentre invece col tempo imparerai che in realtà paiono ben poca cosa rispetto a tutte le esperienze che vivi. Arrivare alla fine del percorso, passare gli ultimi esami e voltarsi indietro, accorgendoti che il tempo è davvero volato, è un’altra emozione che mi porterò dentro per sempre. Cinque anni fa non avrei nemmeno pensato di laurearmi, invece ci sono riuscito addirittura con qualche mese di anticipo, e per di più negli Stati Uniti prendendo due major in International Business e Finance. Sono orgoglioso e guardo con ambizione verso i prossimi obiettivi. Ma se potessi tornare indietro, firmerei adesso per ricominciare tutto da capo e rivivere questo splendido percorso”.

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